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Breve storia del Ddl Prodi - Gentiloni sull'editoria

di Francesco Carnesecchi - 16-11-2007

Quale miglior argomento per un sito che si intitola prendere parola degli sforzi del governo di (ri) regolare l'informazione?
Sto parlando del cosiddetto disegno di legge Prodi Gentiloni sull'editoria, o più precisamente della "Nuova disciplina dell'editoria e delega al Governo per l'emanazione di un testo unico sul riordino della legislazione nel settore editoriale".
L'editoria è certamente una materia complessa che a prima vista può sembrare distante dal lavoro volontario di chi scrive sulla rete, ma non è affatto così.
Qualcuno ha letto nei contenuti del nuovo provvedimento un tentativo del governo di limitare la libertà di parola sulla rete, altri, forse più giustamente, hanno parlato della costante incapacità dei governi di comprendere le dinamiche di Internet. Per cercare di capire cosa è successo, ecco una piccola cronologia degli eventi:
il 12 ottobre 2007 il Consiglio dei Ministri su proposta del Presidente del Consiglio, Romano Prodi: approva "un disegno di legge per la nuova disciplina dell'editoria quotidiana, periodica e libraria, che conferisce al Governo una delega per l'emanazione di un testo unico finalizzato al riordino dell'intera legislazione del settore(...)".
Il 17 ottobre il sito Civile.it riporta un'allarmata lettura del DdL dove vengono riportati e commentati parti del disegno , in particolare gli Art. 2, 5 e 7, ma su questo tornerò dopo. Il 19 ottobre il ben informato punto-informatico.it pubblica la notizia , che compare presto anche sulle pagine web de La Repubblica. A questo punto interviene anche Beppe Grillo sul suo frequentatissimo Blog, con parole di fuoco contro sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Ricardo Franco Levi, il quale, solo dopo l'intervento di un comico naturalmente(!) si sente a questo punto in dovere di intervenire sulla questione.
Il resto della storia è noto forse anche a chi non ha voglia e tempo di spulciarsi i Blog, visto che è passato alle cronache dei giornali nazionali: i ministri Di Pietro e Gentiloni, quest'ultimo ministro delle Comunicazioni(!), si sono dissociati dal DdL spiegando non aver preso visione del testo. Quale testo? Vediamolo:
I contenuti più dibattuti del contestato e credo presto superato DdL si trovano all'Art. 2 che considera prodotto editoriale "qualsiasi prodotto contraddistinto da finalità di informazione, di formazione, di divulgazione, di intrattenimento, che sia destinato alla pubblicazione, quali che siano la forma nella quale esso è realizzato e il mezzo con il quale esso viene diffuso", all'art. 5 che considera l'attività editoriale anche quella svolta in forma ""in forma non imprenditoriale per finalità non lucrative"; all'art. 6 che impone la laboriosa e costosa iscrizione nel Registro degli operatori di comunicazione (ROC) per "tutti i soggetti che esercitano l'attività editoriale". Ma è soprattutto l'art. 7 (Attività editoriale su internet) ad essere criticato poiché prevede che l'iscrizione al ROC rilevi "anche ai fini dell'applicazione delle norme sulla responsabilità connessa ai reati a mezzo stampa", ed al secondo comma dello stesso articolo prevede che si consideri responsabile delle attività "colui che ha il compito di autorizzare la pubblicazione delle informazioni".
Che cosa significa tutto questo? Che i redattori di questo sito sono responsabili, secondo le norme sulla responsabilità per i reati a mezzo stampa, anche per i commenti lasciati dai nostri lettori.
Bello no? Ora diviene più chiaro il significato dell'alzata di scudi sul provvedimento, e le conseguenti smentite da parte dei ministri stessi (anche loro hanno dei Blog).
Tutto risolto dunque? Il tam tam della rete ha funzionato? Non esattamente. Il nuovo art. 7, come ha annunciato lo stesso sottosegretario Levi durante l'audizione in Commissione Cultura www.camera.it dovrebbe prevedere l'aggiunta di un ulteriore comma : "Sono esclusi dall'obbligo dell'iscrizione al registro degli operatori della comunicazione i soggetti che accedono a internet, o operano su internet, in forme o con prodotti come i siti personali o a uso collettivo che non costituiscono il frutto di un'organizzazione imprenditoriale del lavoro".

Questo mette a riparo molti prodotti (editoriali), come quello che state leggendo. Fermo restando che questo sito non decida di divenire "un'organizzazione imprenditoriale del lavoro", e di esercitare quindi una sleale, oltrechè pericolosa, concorrenza verso l'editoria tradizionale. La stessa che gode di 700 milioni di euro di finanziamenti pubblici annui, ma questa è un'altra questione

Discussione:

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Gregorio Galli - 24/12/2007 12:12:53 CEST
Come sempre dopo la tempesta il silenzio cala su ogni scelta o pseudo-scelta politica abbia attirato critiche e contestazioni. È l'usuale serietà del sistema mediatico-politico italiano, che dimostra quanto ridicolo possa gettare su tutti noi un'informazione asservita e culturalmente misera, unita a un ceto politico completamente privo di serietà.
Il caso del ddl sull'editoria è soltanto uno dei mille casi in cui un ministro dà tardivamente ragione a un guitto contraddicendo se stesso, insieme al governo e al suo capo. Questa è l'Italia. Questa è l'ennesima dimostrazione che ove non c'è dolo c'è semplice inettitudine. Tutti sappiamo, nessuno si scandalizza più.

Al di là di queste sciocchezze, alle quali siamo ormai desensibilizzati al punto che non merita spenderci sopra tempo ed energie, rimane il problema della mancanza, in Italia, di una seria legge sul complesso dell'editoria.
Televisioni, quotidiani e riviste, libro e web compongono, ognuno con modalità proprie e con un peso ben diverso, un sistema ormai fortemente interconnesso, nel quale sono in gioco forti interessi economici e di potere, legati alla raccolta pubblicitaria, agli aiuti di stato e alla gestione del consenso, se non della realtà.
Il vero problema che la politica sta cercando di affrontare è come fare a tutelare questi interessi, dunque a conservare il potere mediatico esclusivamente in mano ai grandi gruppi editoriali e al sistema dei partiti. La sfida dell'informazione spontanea, attuata tramite strumenti più o meno simili a Prendere Parola e, qui sta il nodo centrale, con intenti totalmente non-profit, destabilizza il tradizionale rapporto tra testata giornalistica e lettore/spettatore, mettendo nelle mani di santi, pazzi e dissenzienti un marginale ma pur sempre efficace strumento di replica alla "grande" informazione.
Di più, la povertà di contenuti e la scarsa o nulla capacità "investigativa" ed educativa del giornalismo italiano, spingono le testate tradizionali a nutrirsi dell'informazione raccolta e creata nella Rete, alimentando e legittimando così quella stessa informazione "atipica", altrimenti guardata come una minaccia alla supremazia del sistema informativo basato sull'antistorica funzione sacerdotale della lobby nota come "ordine dei giornalisti".

Quello di cui leggete sopra non è il primo tentativo di ridurre la non più nuova funzione informativa del Web a un più controllabile status di "attività editoriale". Già nel 2001 si tentò di imporre il deposito dei contenuti dei siti web presso le prefetture, così com'è obbligo per giornali ed editori del libro.

Il vero discriminante rimane però quello dell'attività senza scopo di lucro. Come ricordavo nel mio pezzo introduttivo a Prendere Parola (cfr. Link interno), la libertà di diffondere informazioni e idee è sancita esplicitamente da trattati internazionali vincolanti. L'imposizione di vincoli burocratici quali l'iscrizione al ROC renderebbe chiaramente impossibile la prosecuzione di attività la cui unica fonte di finanziamento sono le risorse immesse dai promotori stessi, senza alcuna prospettiva di rientro delle spese. Dunque questo genere di tentativi sono da
considerare come attentati diretti alla libertà di parola e di comunicazione e devono essere combattuti con ogni mezzo.

Dato che uno dei più gravi difetti che si possono imputare all'informazione tradizionale come all'informazione "atipica" è quello della scarsa completezza, tentiamo qui d'integrare il nostro discorso con un video (autore: Dr. Spataro) che mi pare ricostruire puntualmente la storia dei vari e goffi tentativi di domesticazione della Rete in Italia.
Finisco invitando tutti a rimanere attenti, perché le norme di cui si parla ricompariranno inevitabilmente in futuro. È importante vigilare.




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